Tutti al cinema



Post cinematografico oggi: ho visto qualche giorno fa il film sulla vita di Sebastiao Salgado, dal titolo “Il sale della terra”. Premetto che quello che leggerete a seguito è una pura opinione personale, per cui assolutamente discutibile.

Ritengo che per un appassionato di fotografia, un documentario simile ha un enorme valore perché spiega molte cose sul Salgado pensiero e sull’approccio, cosa che a me sta molto a cuore visti i miei post precedenti.  Il film racconta un po’ tutta la sua vita, anche quella personale e spazia dai primi scatti con tanto di capello e barba lunga, agli ultimi periodi molto più naturalistici. Credo che quest’uomo abbia visto di tutto in giro per il mondo e che sia riuscito a trasmettere ogni singolo brivido provato. I suoi scatti sono così veri e così sentiti che è impossibile rimanere insensibili a tale capacità comunicativa. Alla fine della visione ho dato fiato ad un pensiero senza nemmeno accorgermene, dicendo: “Questo qui è veramente bravo a fare fotografie”. Per carità, di raccolte su Salgado ce ne sono tantissime, per cui non si scopre oggi, ma il film è un degno tributo ad un grande artista e permette di sentire la sua voce e di leggere sul viso i pensieri ed i ricordi che rivive mentre li racconta. Tradotto in due parole: assolutamente da vedere! 
Non sono solito fare pubblicità, ma i film sui fotografi sono rari, per cui merita una citazione. Poi, ragazzi, si parla di uno dei grandi maestri della fotografia, per cui c’è di sicuro tanto da imparare, anche solo guardando ed ascoltando.

Buona luce, del cinema!

Nostalgia canaglia



Post un po’ nostalgico e meno tecnico. Mi è stata inviata questa immagine che mi ha fatto scoppiare a ridere da solo:
Riflettendoci bene però, la cosa è più profonda di quello che sembra ed anche se l’argomento è stato dibattuto fino alla noia, non sono riuscito a sottrarmi ad una riflessione personale. Non ho mai nascosto la mia nostalgia per la pellicola, forse solo perché utilizzo una Aps-C e sogno la gamma dinamica che permetteva il vecchio rullino (magari il giorno che passerò ad una Full Frame, cambierò idea, chissà…), ma la mia nostalgia è anche un po’ legata all’approccio: oggi la priorità è la velocità in tutto quanto ed il digitale ben supporta questa esigenza. Pochi euro ed hai spazio per migliaia di fotografie, per cui sei velatamente (ma neanche troppo…) invitato a massacrare il tuo otturatore e ad alimentare l’enorme quantità di fuffa fotografica che ogni giorno invade i nostri schermi. Già, i nostri schermi, perché una volta, il filtro naturale della stampa e degli album da due soldi che ti regalavano al ritiro, impediva di riversare tutte le tue opere (o presunte tali) davanti agli occhi di mezzo mondo. Per mostrare le foto dovevi romperti un po’ le balle: chiamare le persone, SCEGLIERE quelle da mostrare o, al massimo, organizzare una serata in compagnia. Tutto questo con due conseguenze: una selezione più o meno spietata degli scatti già prima di aprire l’otturatore (visti i costi…) ed una condanna per quegli amici che accettavano di venire a subirsi 4 ore di diapositive (o album…) del tuo ultimo viaggio. Entrambe le cose ovviamente DIPENDEVANO direttamente da noi: potevi scegliere di scattare come un assassino (e te ne sobbarcavi il costo della relativa stampa o sviluppo diapositiva…) e potevi scegliere, eventualmente anche dopo aver scattato come un assassino, di selezionare le (poche) foto buone da far vedere agli amici senza costringerli ad un pippone infinito. Ora invece, che cosa possiamo scegliere? Le stesse cose direte voi. Certo: possiamo scegliere di scattare foto pensando a quello che stiamo facendo e possiamo fare una successiva selezione per mostrare la nostra sequenza con le sole pose ben riuscite ed interessanti. Ma chi lo fa veramente? Chi ha interesse a risparmiare spazio? Io di sicuro si, ma non sono così convinto che la cosa sia diffusa visti i numeri che girano. Si parla di miliardi di immagini al giorno solo su Instagram, forse il concetto di selezione non è così elementare come sembra. Non sto demonizzando il digitale o dicendo che bisogna smetterla di caricare sul web ogni boiata che esce dalle nostre reflex/mirrorless/smartphone e tablet, figuriamoci. Vorrei solo stimolare a riflettere sull’argomento per 2 minuti, non chiedo di più. In una macchina fotografica si ricerca la connessione wifi e la possibiltà di condividere le foto all’istante sul social del momento….personalmente continuo a ricercare un otturatore robusto, un modulo af decente, insomma cavolate del genere. Ovviamente è solo una mia opinione personale, quindi discutibilissima e non sentitevi offesi in alcun modo, per me il mondo può fare tutto ciò che vuole e fino a che ci saranno tante persone che mettono i vari “Like” o “Mi piace” del caso su ogni boiata che finisce in rete, beh, non sarò certo io ad ostacolare questa moda, ma continuerò a pensare (e a dire….) che secondo me andrebbe rivisto un po’ l’approccio.

Buona luce zen di riflessione.

Meno...è bello


Come promesso tempo fa oggi trattiamo l’argomento “minimal”. Di che cosa si tratta? Come suggerisce il nome, si tratta di foto con pochissimi elementi al loro interno, ma che spesso sono portatrici di grandi messaggi emozionali. Il genere è tutt’altro che facile (a mio parere) perché si appoggia ad uno dei pilastri della composizione che però, spesso e volentieri, viene automaticamente ignorato ovvero: “Cosa ESCLUDERE dall’inquadratura”. Solitamente siamo abituati a ragionare scegliendo cosa mettere nella nostra foto, mentre per questo genere, bisogna procedere con l’esatto inverso ovvero individuare un soggetto e pensare a questo come isolato e solitario e da lì partire per comporre. Ovviamente non basta solo scegliere il soggetto e svuotare l’inquadratura: per portare a casa uno scatto riuscito bisogna creare la giusta atmosfera attorno al soggetto, altrimenti diventerà una foto praticamente vuota, con poco spessore. Detta in termini più filosofici, si tratta di riempire il frame (ricordate la prima regola della composizione?) con il vuoto assoluto. Un bel casino eh? Si, ammetto che è un genere che mi affascina parecchio, proprio perché non è facile da eseguire, ma si può partire da quello che sappiamo fare e procedere per step. Iniziamo a guardare una scena, scattiamo una foto che ci piace, qualsiasi, anche piena di elementi, non importa. Osserviamo la foto e vediamo se al suo interno esiste una foto nella foto per poter isolare un soggetto o un singolo elemento. Proviamo a pensare a questo soggetto, ad esempio, immerso nella nebbia o fotografato con un tempo lunghissimo di scatto (vedi post precedenti) e forse potremmo aver trovato la chiave per la nostra prima foto minimalista. Qualche esempio forse aiuta:





Dalle foto si può facilmente capire che la nebbia aiuta moltissimo perché azzera naturalmente  (o quasi) le distrazioni di sfondi e altri particolari presenti sulla scena, ma non è detto che serva per forza uscire. Come potete vedere anche gestire la luce in maniera creativa e fotografare il bordo dei piatti, può avere dei risvolti minimalisti. Il tempo più lungo applicato allo scatto del pontile, invece, fa vedere come, agire sul tempo di posa, possa favorire questo genere anche se l’ostacolo più grande resta sempre la composizione. La foto dell’impronta sulla sabbia ben rappresenta di questa difficoltà: lo scatto di per se funziona abbastanza, ma non è proprio un minimal, perché ci sono 2 impronte nel frame e poi, altra cosa da notare, la sensazione minimalista è meno accentuata dalla presenza del colore che, mi dispiace dirlo, ma spesso poco si sposa con questo genere in quanto, da solo, riempie il frame o comunque aggiunge un altro elemento che può distrarre. Realizzare composizioni minimaliste a colori, che funzionano, è una bella sfida che può essere di stimolo per tutti, ma non aspettatevi risultati immediati. Come al solito l’esperienza e l’allenamento dell’occhio sono fondamentali per cui, se vi piace il genere, cercate il minimal in ogni situazione di scatto, il tempo vi darà le risposte, abbiate fiducia!
Buona luce, minimalista!